Il Mondo Nuovo

Come cambia il lavoro, come cambia la società, come cambia il mondo

  • Avevate mai sentito parlare di “gentrificazione tecnologica“? Io no, ma adesso so cosa è: si usa questo termine quando un quartiere di una città diventa più interessante, appetibile e costoso a causa della tecnologia. Sta accadendo a San Francisco, come spiega questo articolo del New York Times.

    La storica patria dell’innovazione sta vivendo un’impennata clamorosa del prezzo medio degli affitti, che nel 2025 ha segnato un +6%, decisamente superiore all’aumento medio delle altre grandi città degli Stati Uniti. A fare da motore sono le aziende di intelligenza artificiale che attraggono talenti da tutto il mondo, accendendo una gara serrata per gli spazi abitativi, vicini ai poli tech come Mission Bay, dove si trovano nomi come OpenAI. In pratica, è nata una competizione feroce fra chi lavora nel mondo AI e chi no, con offerte lampo e caparre pagate in contanti per mettere le mani su appartamenti scarsi e costosi.


    Un mercato immobiliare che risponde a logiche nuove

    Questa “gentrificazione tecnologica” porta con sé dinamiche insolite: lo stipendio alto dei lavoratori AI sta definendo un nuovo benchmark per i prezzi, allargando il divario tra chi può permettersi di vivere vicino al proprio lavoro e chi viene spinto fuori città. Casi come quello di Caroline Roche, che dopo molte visite ha trovato un monolocale a 3.200 dollari mensili, sono la norma piuttosto che l’eccezione. In risposta, alcune startup offrono bonus affitto per incentivare i dipendenti a vivere vicino all’ufficio, consolidando un effetto “proximity bias” con la residenza che diventa parte integrante del lavoro, e non solo una questione personale.


    Precedenti e analogie nella storia delle città tech

    Se si guarda indietro, fenomeni di gentrificazione legati a innovazioni tecnologiche non sono del tutto nuovi, ma nessuno aveva avuto un impatto così diretto e concentrato sui prezzi degli affitti come oggi con l’AI.

    Pensiamo alla bolla delle dot-com negli anni 2000, quando l’afflusso di talenti digitali a San Francisco e dintorni aveva già fatto schizzare i prezzi, o all’espansione di Seattle con l’ascesa di Microsoft e Amazon.

    Tuttavia, quella che distingueva il passato era la presenza di una concentrazione tecnica più ampia e meno verticale: oggi la domanda è dominata da nicchie estremamente specializzate e ben pagate, alimentando un divario sociale molto più netto.


    Lezioni per l’Europa e l’Italia: tra innovazione e inclusività

    Questo scenario americano è un segnale che Milano e altre città italiane attente allo sviluppo AI devono assolutamente considerare. Non basta promuovere la tecnologia; è necessario affiancare politiche abitative che evitino di trasformare la città in un luogo esclusivo per pochi tecnologi ben pagati. Sarà fondamentale promuovere abitazioni accessibili, snellire i permessi edilizi, e incentivare sinergie pubblico-private per garantire che la crescita tecnologica non diventi una barriera d’ingresso.


    Conclusione: un nuovo paradigma urbano

    L’innovazione tecnologica sta disegnando una nuova geografia urbana, in cui la domanda di spazi abitativi si innalza in maniera esponenziale a causa dell’AI. È un richiamo a riflettere sul fatto che il progresso non è solo digitale o economico, ma profondamente sociale e urbano. Perché un’innovazione sia sostenibile, deve andare di pari passo con l’accessibilità e la coesione sociale, evitando che la tecnologia diventi fonte di esclusione e disparità troppo ampie.


    FONTI UTILIZZATE PER QUESTO ARTICOLO:

    1. https://www.economyup.it/innovazione/lavorare-a-san-francisco-attenzione-lai-ha-fatto-schizzare-alle-stelle-gli-affitti/
    2. https://www.reddit.com/r/bayarea/comments/1no2g3o/ai_is_actually_starting_to_lease_up_decent_amount/
  • Muoversi in modo sostenibile contribuisce a creare un ambiente meno inquinato e a migliorare la salute delle persone.

    Non solo: può generare risparmi nella spesa pubblica e diminuire le vittime di incidenti stradali. Ma servono strategie e investimenti, come sostiene uno studio di EIT Urban Mobility, iniziativa promossa dall’European Institute of Innovation and Technology (EIT) per incoraggiare cambiamenti positivi nel modo in cui le persone si muovono dentro e intorno alle città.

    Secondo la ricerca, entro il 2030 i progressi tecnologici nelle soluzioni di mobilità potrebbero ridurre le emissioni di CO2 del 21%. Tuttavia, per raggiungere il 55% di riduzione delle emissioni richiesto dal Green Deal, sono necessari sforzi significativi e piani ambiziosi.

    Nello specifico, la transizione verso una mobilità urbana sostenibile entro il 2050 richiede un investimento di almeno 1,5 trilioni di euro, con il coinvolgimento di settori pubblici, privati e famiglie.

    Mobilità sostenibile? Più trasporti pubblici, meno auto private


    Per ridurre le emissioni urbane, il trasporto pubblico sembra essere la soluzione più accessibile e inclusiva. Si prevede un aumento del 7% dell’utilizzo del trasporto pubblico entro il 2030, mentre i viaggi in auto privata potrebbero diminuire del 16%.

    Preferire modalità di trasporto attive, come camminare e andare in bicicletta, potrebbe generare risparmi sulla salute pari a 1.170 euro pro capite tra il 2022 e il 2050.

    La transizione verso sistemi di mobilità più sostenibili ridurrà anche le vittime del traffico fino al 70%, grazie a misure di sicurezza stradale migliorate.

    È tempo di investire strategicamente per un futuro urbano sostenibile e sicuro! 

  • Le macchine si stanno impossessando del potere della scrittura

    Il Premio Nobel per la Fisica Hinton che ha detto: “Quando l’AI sarà più intelligente, non so come gli umani resteranno al potere”

    Utilizzando quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale generativa per lavoro, mi convinco ogni giorno di più che, sì, molto probabilmente, un domani le macchine diventeranno più “intelligenti” di noi. Su cosa voglia dire intelligente è in corso, direi da sempre, un intenso dibattito. Ma, è un fatto, la macchina attualmente è in grado di scrivere come un umano, anzi meglio – in moltissimi casi meglio, essendo la popolazione, in particolare quella italiana, ampiamente deficitaria nel campo della lingua scritta, oltre che parlata.

    Ma questo è niente. Fa cose mirabolanti tipo “assimilare” diversi link o documenti che trattano un tema, “digerirli” in pochissimi secondi e “sputarli” fuori in forma di articolo che li riassume tutti in modo corretto e ricco di particolari. Poi è omnisciente, non le sfugge niente: chiedi il curriculum di uno, o la vicenda di un altro, o un evento storico, o qualsiasi altra cosa, e lei risponde con cura e diligenza. Le ho chiesto il mio cv, me lo ha dato: ovviamente era una rimasticatura di informazioni che io stessa avevo immesso in Rete, ma, insomma, l’ha fatto in 3 secondi.

    Quando dico “macchina”, nota bene, significa diverse cose: ChatGpt, Copilot e altri strumenti analoghi, aziendali e non. Il risultato comunque è quello: prestazioni elevatissime, pari e superiori a quelle umane, in un tempo minimo. A noi, a me, resta il compito di controllare, verificare, “incollare” insieme i pezzi, fare ragionamenti, esercitare lo spirito critico. Tutte azioni fondamentali, certo. Per cui non dico che le macchine ci sostituiranno in tutto e per tutto, almeno non per ora. Dico che non escludo un futuro da fantascienza, che le vedrà evolversi fino a sopraffarci in ogni attività. Non sono l’unica che lo pensa, c’è anche il Premio Nobel per la Fisica Hinton che ha detto: “Quando l’AI sarà più intelligente, non so come gli umani resteranno al potere”. E non è certo il solo ad aver rilasciato dichiarazioni di questo genere.

    Dal mio punto di osservazione piuttosto privilegiato assisto quotidianamente all’irresistibile ascesa dell’AI generativa, e un po’ mi diverto, perché le magie divertono sempre, un po’ mi preoccupo, un po’ smetto di preoccuparmi, perché mi pare sempre più chiaro come questo sia inevitabile, e quale buon proposito del 2025 ho deciso che smetterò di preoccuparmi per le cose che non sono sotto il mio controllo.

    L’AI generativa potrebbe, in un tempo che ancora non sappiamo definire, sfuggire a ogni controllo e allora vedremo, e ci sarà da stupirci ancora.

  • Nel 2025 una decisione su 6 sarà presa da un “AI agent”

    Saremo circondati da “agenti di intelligenza artificiale” che lavorano 24 ore su 24 e soprattutto prendono decisioni in autonomia? Forse. Ma potrebbe non essere troppo conveniente per le aziende

    L’applicazione dell’intelligenza artificiale generativa nella vita di tutti i giorni sta cominciando a prendere una piega inquietante.

    Secondo Marc Benioff, il capo di Salesforce, stiamo entrando in un’era “agentica”, cioè caratterizzata dagli “AI agents”, lavoratori digitali autonomi capaci di svolgere compiti complessi senza intervento umano. In pratica questi AI agents non si limiteranno a rispondere a specifiche domande, ma saranno in grado di completare compiti e prendere decisioni in modo autonomo.

    Gli esperti arrivano a dire che entro il 2028 almeno il 15% delle decisioni quotidiane sul lavoro sarà preso autonomamente dagli “AI agents”.

    Come nel migliore (o peggiore?) film di fantascienza, ci dobbiamo dunque immaginare entità digitali che lavorano come e più di noi, decidono come noi o al posto nostro, ci sostituiscono. Questa è naturalmente la più grande paura di qualsiasi lavoratore umano.

    Sarà proprio così? Secondo alcuni sì, ma ci vorrà almeno una decina d’anni. Secondo altri lo scenario non è esattamente questo.

    Ma, intanto, cosa sono gli AI agents e cosa fanno?

    Le cose che possono fare gli AI agents

    Gli agenti intelligenti possono lavorare su compiti complicati senza fermarsi mai, sia di giorno che di notte. Ad esempio, nel servizio clienti, possono offrire aiuto immediato e personalizzato, rendendo le persone più soddisfatte e riducendo i tempi di attesa.

    Un esempio pratico, tra i molti, può essere quello di College Possible, un’organizzazione non profit che in una settimana è riuscita a creare un assistente IA per guidare gli studenti nell’orientamento universitario, aiutando così migliaia di giovani che prima non avevano accesso a questi servizi.

    Perché gli AI agents non sono così perfetti

    L’uso degli AI agents porta con sé sfide significative, come la necessità di garantire sicurezza e affidabilità, gestendo il rischio di errori e azioni non autorizzate. Inoltre gli AI agents basati su grandi modelli linguistici possono essere inaffidabili e creare output inconsistenti.

    Infine – ed è un’argomentazione di cui tenere conto – potrebbero non offrire un ritorno economico sufficiente. Secondo Goldman Sachs, nonostante i costi elevati, l’IA (Intelligence Artificial) potrebbe aumentare la produttività e il PIL (Prodotto interno lordo, la ricchezza prodotta da un Paese) solo marginalmente nei prossimi anni: costa molto ma non ci sarebbe un adeguato bilanciamento tra costi e benefici. A volte, insomma, il lavoro umano potrebbe essere economicamente più conveniente.

    Ma qui si aprono altri scenari che riguardano il futuro delle dinamiche lavorative.

  • I prodotti innovativi che ci cambiano la vita

    Si scrive “innovazione di prodotto“, si legge rivoluzione. Perché oggetti come l’Apple Watch o servizi come AirBnb hanno stravolto, e migliorato, la nostra quotidianità

    Tesla ha rivoluzionato l’industria automobilistica con i suoi veicoli elettrici, non limitandosi a sostituire il motore a combustione con uno elettrico, ma ripensando completamente l’esperienza di guida.

    Airbnb ha innovato il settore dell’ospitalità creando una piattaforma peer-to-peer, cioè “tra pari”, per l’affitto di alloggi, creando un nuovo modello di servizio che ha trasformato il modo in cui le persone viaggiano e alloggiano.

    Apple, introducendo l’Apple Watch nel 2015, ha creato un nuovo mercato per gli smartwatch e ha aperto nuove opportunità nel settore della salute e del fitness.

    Beyond Meat ha sviluppato prodotti a base vegetale che replicano il gusto e la consistenza della carne, utilizzando tecnologie innovative per migliorare costantemente la sua offerta.

    Ferrero ha proposto la sua Nutella vegana, con il 91,3% degli ingredienti di origine vegetale e l’8,7% costituito da latte scremato in polvere.

    Tutte queste aziende hanno fatto “innovazione di prodotto”.

    Innovazione di prodotto non significa semplicemente creare nuovi articoli o servizi. Significa mettere in pratica un processo strategico per anticipare e soddisfare le esigenze del mercato, che sono in continua evoluzione, e offrire così soluzioni creative e all’avanguardia.

    Spesso, i prodotti più innovativi sono quelli che i consumatori non sapevano di desiderare fino a quando non sono stati introdotti sul mercato. L’ha spiegato bene Steve Jobs quando ha detto: “Le persone non sanno cosa vogliono finché non glielo mostri. La capacità di un prodotto innovativo di generare entusiasmo e adozione rapida da parte dei consumatori è un indicatore chiave del suo successo.

    Perché dunque innovare i propri prodotti? Per tenere il passo con il mercato, per non perdere terreno rispetto ai concorrenti, in altre parole per sopravvivere.

    Secondo uno studio di McKinsey, le aziende che eccellono nell’innovazione di prodotto crescono fino a cinque volte più velocemente rispetto ai loro concorrenti. 

    Questo sottolinea l’importanza cruciale dell’innovazione di prodotto come motore di crescita.

    E dopo Apple, Tesla e le altre innovazioni di prodotto che ci hanno cambiato la vita, quale sarà la prossima?

  • Nel 2025 i pacchi di Amazon arriveranno dal cielo

    Chi l’avrebbe detto che un giorno avremmo ricevuto i pacchi che ordiniamo online direttamente dal cielo?

    È accaduto il 4 dicembre 2024 in Abruzzo, nell’area di San Salvo, in un primo test effettuato da Amazon in Italia.

    Vi invito a guardare il breve video contenuto in questo articolo perché in un certo senso è “storico” e dà l’idea della rivoluzione che verrà.

    L’azienda, infatti, ha intenzione di cominciare ad effettuare le consegne nel nostro Paese nel 2025. Già da tempo le sta effettuando negli Stati Uniti. Non è l’unica (sono attive anche Google Wing e UPS), e non succede solo in quel Paese.

    In Cina, per esempio, è già piuttosto diffusa la consegna di pacchi tramite droni, specialmente nelle numerose aree rurali.

    È un fenomeno al quale certo non siamo abituati, che, tra l’altro, suscita una serie di domande relative alla sicurezza e all’efficacia.

    Ma è qualcosa che, inevitabilmente, accadrà e avrà ripercussioni, anche dal punto di vista economico. Si stima che il mercato globale della consegna tramite droni crescerà di diversi miliardi di dollari entro il 2030. Staremo a vedere, mentre scrutiamo il cielo in attesa del nostro pacco.

  • E ora arrivano anche gli occhiali per non vedenti

    Gli smart glasses possono contribuire ad abbattere le barriere della disabilità.

    Dopo gli occhiali che possono aiutare i non udenti a capire cosa sta dicendo l’altra persona, sono stati lanciati sul mercato  iSeei primi occhiali che permettono a chi è privo di vista di rilevare lo spazio intorno fino a quattro metri di distanza. In questo modo aumenta la sua autonomia ed è più sicuro negli spostamenti.

    A lanciarli è iVision Tech S.p.A., una PMI Innovativa attiva nella progettazione e produzione di montature di occhiali da vista e occhiali da sole in acetato, nonché di occhiali combinati, proprietaria degli storici marchi dell’occhialeria francese d’alta gamma “Henry Jullien”.

    L’occhiale è stato interamente progettato da un team guidato direttamente da iVision Tech con il contributo di un gruppo di persone prive della vista. A dicembre iniziano le prevendite sulla piattaforma e-commerce isee-one.com, mentre a febbraio 2025 verrà presentato al grande pubblico in occasione del Salone internazionale dell’occhialeria Mido di Milano.

    Come funziona l’occhiale per non vedenti

    Integrando tecnologie di ultima generazione, si legge in un comunicato aziendale, il dispositivo sfrutta sensori avanzati e strumenti audio altamente sofisticati per rilevare ostacoli fino a una distanza di quattro metri. Questo risultato è reso possibile da un sistema di algoritmi che analizza e rielabora l’ambiente circostante, generando una mappatura precisa trasmessa all’utente tramite segnali acustici intuitivi.

    Smart glasses e disabilità: così gli occhiali tecnologici aiutano le persone

    In generale gli smart glasses rappresentano un’innovazione significativa per le persone con disabilità, perché offrono nuove opportunità di integrazione e autonomia. Questi dispositivi possono migliorare la qualità della vita di chi ha disabilità visive, uditive o motorie. Ad esempio, i sensori e le telecamere integrate possono riconoscere oggetti e testi, trasformandoli in audio per chi ha problemi di vista.

    Per le persone con disabilità uditive, gli smart glasses possono convertire il suono in testo, facilitando la comunicazione in tempo reale.

    Inoltre, alcuni modelli sono dotati di assistenti vocali avanzati che permettono di effettuare chiamate, inviare messaggi e gestire diversi dispositivi domotici.

    In ambito motorio, i comandi vocali o i gesti possono sostituire le interazioni fisiche.

    Gli sviluppatori stanno lavorando per rendere questi dispositivi sempre più accessibili e personalizzabili. In futuro, gli smart glasses potrebbero diventare strumenti essenziali per abbattere le barriere dell’accessibilità.

  • Addio Torre di Babele, ormai gli occhiali traducono in tempo reale

    La Torre di Babele non ci spaventa più.

    Con gli smart glasses è possibile dialogare con una persona che parla una lingua diversa dalla nostra e leggere la traduzione di quello che sta dicendo in tempo reale.

    È un’esperienza inedita, e allo stesso tempo un’emozione. L’ho provata personalmente pochi giorni fa, a un evento a Milano in cui sono stati presentati i MIKI Myvu AR Smart Glasses.

    Sono occhiali realizzati da Mea Group, che ha fatto il suo ingresso ufficiale nel mercato italiano con il brand IMIKI, introducendo nuove linee all’avanguardia nel settore della tecnologia indossabile.

    Tra i vari prodotti, ci sono appunto questi occhiali a realtà aumentata. Possono essere utilizzati, per esempio, da un turista che si aggira in un Paese straniero di cui non conosce la lingua, ma anche da un non udente, che improvvisamente, come per magia, riesce a capire tutto quello che dice il suo interlocutore.

    Ecco le caratteristiche principali dei MIKI Myvu AR Smart Glasses:

    • Traduzione in tempo reale: Elimina le barriere linguistiche e culturali, traducendo istantaneamente le conversazioni direttamente sulle lenti
    • Trascrizione dell’audio in entrata: Questi occhiali convertono in testo visibile chiamate e audio ricevuti
    • Navigazione avanzata: La realtà aumentata guida l’utente passo dopo passo senza che debba mai distogliere lo sguardo dal tragitto, sia a piedi che in bici.
    • Notifiche intelligenti: Consente di tenere sotto controllo messaggi e aggiornamenti importanti con un semplice colpo d’occhio, mantenendo il massimo della privacy.

    Inoltre gli occhiali sono personalizzabili grazie alla possibilità di integrare lenti aggiuntive, sia da sole che graduate, per adattarsi a ogni esigenza visiva.

    La mia esperienza

    Ho inforcato gli occhiali e ho chiesto a un addetto cinese se gli smart glasses potessero comportare problemi di privacy. Mi ha risposto di no, assicurandomi che le conversazioni trascritte simultaneamente non restano in memoria. Ho chiesto cosa c’è di diverso ed eventualmente di più innovativo rispetto agli smart glass di Meta: mi ha risposto che i MIKI Myvu AR Smart Glasses sono “specializzati in traduzione”.

    Lui parlava in cinese, io in italiano, il testo italiano scorreva sulle lenti.

    Ha funzionato.

    Ora gli occhiali sono in vendita in una grande catena di elettronica, a un prezzo tutto sommato competitivo.

    Non sono gli unici in questo settore e tanti altri modelli nasceranno in futuro.

    Una riflessione a parte, poi, meriterà l’impatto che tutto questo avrà nel mondo degli interpreti e dei traduttori (spoiler: non esattamente positivo in termini occupazionali). Ma emergeranno altre opportunità.

  • Assicurazioni sui monopattini: cosa va, cosa non va

    Ma come le fanno queste leggi?!

    La nuova normativa del Codice della Strada voluta dal ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini prevede che i monopattini elettrici siano coperti da un’assicurazione di Responsabilità Civile (RC) verso terzi. Tuttavia c’è confusione perché la legge si riferisce all’articolo 2054 del Codice Civile, applicabile ai veicoli con targa, mentre i monopattini non possono essere classificati come tali, poiché non hanno telaio né targa.

    QUI SPIEGO TUTTO.

    Cosa succederà ora? Servirà un emendamento alle legge? In ogni caso si attendono i decreti attuativi. Ma, nel frattempo, chi ha un monopattino, non sa bene come comportarsi.

    Inoltre la normativa introduce il concetto di “contrassegno” per i monopattini, simile al contrassegno per auto che trasportano disabili, ma le modalità di erogazione non sono ancora chiare.

    Cosa significa tutto questo?

    1. Che le leggi non vengono sempre scritte da persone competenti
    2. Che chi ha un monopattino ancora non sa cosa succederà di preciso, ma una cosa è certa: dovrà pagare dai 40 ai 100 euro all’anno (dipende dalle polizze) per assicurarsi
    3. Dovrà dotarsi del contrassegno e portare sempre il casco.

    Non sappiamo quante persone abbiano un monopattino personale in Italia: le stime vanno dai 300mila ai 450mila, ma sono appunto stime. Quando saranno tutti inquadrati in un registro, a seguito dell’assegnazione di un contrassegno, lo sapremo.

    In ogni caso, ci sono due aspetti di questa legge, uno positivo e uno meno.

    L’aspetto positivo: si garantisce maggiore sicurezza per chi guida e per i pedoni.

    Quello negativo: probabilmente tutto questo costituirà un freno alla micromobilità urbana.

  • L’intelligenza artificiale può riprodurre la nostra personalità?

    Avete presente quando qualcuno vi dice: “Sei unica”? Non credeteci. E non solo perché, in molti casi, vuole solo sedurvi. In realtà nessuno di noi sarà realmente unico in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale.

    Questo è almeno quello che si deduce da un articolo a carattere scientifico di un gruppo di lavoro che include ricercatori di Stanford e Google DeepMind, pubblicato su arXiv e non ancora sottoposto a revisione tra pari.

    Guidato da Joon Sung Park, un dottorando in informatica a Stanford, il team ha reclutato 1.000 persone che variavano per età, genere, razza, regione, istruzione e ideologia politica. Sono stati pagati fino a 100 dollari per la loro partecipazione. Dalle interviste, il team è riuscito a creare delle repliche di quegli individui.

    In che senso?

    I ricercatori hanno sottoposto ciascun partecipante a un’intervista approfondita su vari argomenti, dalla sua storia personale alle opinioni su questioni sociali e di cronaca. Le risposte sono state utilizzate per addestrare modelli di IA personalizzati per ogni individuo.

    Successivamente i partecipanti hanno effettuato una serie di test di personalità, sondaggi sociali e giochi di logica, due volte ciascuno, a due settimane di distanza. Poi gli agenti generati dall’AI in base alle risposte di quegli individui hanno completato gli stessi esercizi. I risultati erano simili all’85%.

    “Se puoi avere un gruppo di piccoli ‘te’ che si muovono e prendono effettivamente le decisioni che avresti preso tu—questo, penso, è in definitiva il futuro”, dice Park.

    Nel documento le repliche sono chiamate agenti di simulazione. Il loro obiettivo dovrebbe essere rendere più facile per i ricercatori in scienze sociali e in altri campi condurre studi che sarebbero costosi, impraticabili o non etici da fare con soggetti umani reali.

    Se puoi creare modelli di IA che si comportano come persone reali, si pensa, puoi usarli per testare di tutto, da quanto bene le interazioni sui social media combattono la disinformazione a quali comportamenti causano ingorghi nel traffico.

    In realtà lo studio non stupisce più di tanto chi ha già dimestichezza con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’AI è in grado di fare questo, tra le altre cose: apprendere dei pattern e riprodurli. Sono certa che in pochissimo tempo un mio agente AI, opportunamente addestrato, darebbe le stesse risposte che darei io a determinate domande. Ma questo vuol dire che c’è un’altra me in giro?

    Non direi.

    Può voler dire però che, un giorno, qualcuno può fingersi me a scopi fraudolenti, cercando di ingannare l’interlocutore.

    E qui si apre uno scenario che non è più così distopico, ma diventa concretamente preoccupante.