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Luciano Floridi: l’etica fa bene all’economia

I dati in mano alle aziende non sono un giacimento petrolifero da sfruttare per il proprio tornaconto, ma un’opportunità per offrire un servizio migliore al cliente o per mantenere la fedeltà dei propri dipendenti.

“Devono essere utilizzati dalle imprese in modo altruistico, perché l’etica fa bene all’economia” dice Luciano Floridi, filosofo e massimo esperto di Etica digitale, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford, direttore del Digital Ethics Lab e chairman del Data Ethics Group dell’Alan Turing Institute. “Ormai qualsiasi azienda – prosegue– deve avere una cultura del dato che vada a cogliere gli aspetti umano centrici e customer-oriented”.

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In questa intervista che Floridi mi ha concesso per EconomyUp il suo pensiero sull’etica digitale.

Qui sotto una sintesi degli elementi salienti.

“I dati NON sono il nuovo petrolio”

“Si dice che i dati sono il nuovo petrolio, ma io non la penso così. È una pessima idea, per un’impresa, considerare i dati come un giacimento petrolifero. Secondo me oggi il business non lo fa abbastanza ed è un’enorme opportunità mancata”.
“Le aziende devono essere più altruiste”
Cosa dovrebbero dunque fare le aziende per sfruttare le opportunità offerte dai dati? “Essere altruiste in maniera intelligente. Vincono quelle che hanno capito che la maggior parte del valore aggiunto è intangibile: know how, reputazione, forza lavoro”.

Dati e assicurazioni

“Immagino un’assicurazione che, in cambio dei dati, offra ai clienti un servizio di prevenzione gratuito oppure di supporto, per esempio quando si accorge che l’utente è bloccato con l’auto in mezzo alla campagna. Grazie alla disponibilità e alla gestione dei dati, la compagnia assicurativa sa che il cliente è fermo in quel punto, perciò lo può contattare in automatico e chiedergli se va tutto bene. Se poi quella compagnia ha un controllo sull’auto e si rende conto che sta funzionando male, potrebbe far arrivare sul posto il carroattrezzi. Il cliente gliene sarebbe infinitamente grato”.

Dati “etici” per il welfare aziendale

“Se in una fabbrica 4.0 i sensori realizzano che, nell’uso di alcuni macchinari da parte di un operaio, c’è qualcosa che non va, l’azienda dovrebbe usare questi dati per prevenzione, cura e supporto della persona, non per licenziarlo. Oppure immaginiamo che un altro dipendente faccia molte assenze. Con i big data oggi in possesso delle imprese, l’assenteismo è immediatamente identificabile. Il passo successivo dovrebbe essere quello di chiedersi perché la persona in questione sta facendo tante assenze e se l’impresa può darle una mano. È insomma necessario un utilizzo umano-centrico e altruista dei dati”.

La tecnologia non è neutrale: va usata a favore di clienti e forza lavoro, non solo delle aziende.

“La tecnologia è come un coltello: non si può dire che taglia o non taglia a seconda di come viene usato, un coltello taglia sempre. Diciamo piuttosto che è un coltello bilama, ovvero ha doppia valenza. La richiesta che deve arrivare dal mondo del lavoro, e anche da quella parte di sindacato più collaborativo, deve essere: facciamo in modo che almeno questo coltello tagli da entrambe le parti. Cioè che la bivalenza della tecnologia sia o a favore della forza lavorativa, o anche a favore della forza lavorativa. Non può e non deve essere soltanto a favore della produzione dell’azienda”.

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