Testi di narrativa e racconti

Serata in blu

Libera improvvisazione su un frammento di vita immaginata di B.B. King

Schiacciato contro la poltrona della limousine B.B. si sentiva a disagio. Il whisky ingollato in fretta dopo il concerto era scivolato lungo la gola e gli aveva solleticato lo stomaco: gli venne da ridere. L’autista, un giovane con una visiera calata sul viso, si voltò appena, trapassandolo con lo sguardo invisibile. B.B. tirò fuori un’espressione buona che teneva sepolta sotto le palpebre. Il giovane sorrise.

L’automobile si arrampicava per le colline con l’agilità di una pantera, ma il disagio nello stomaco di B.B. non era passato. Fuori dal finestrino scorrevano immagini di giardini troppo ordinati, colonie di fiori, il luccichio delle piscine per ricchi. Anche B.B. era ricco, ora che l’ultimo concerto aveva sancito la sua fama di artista internazionale. Per questo lo avevano invitato alla grande festa in cima alla collina. Prima di allora in certi posti non l’avevano mai voluto. Stavolta invece, dopo il concerto, un mucchio di sconosciuti gli si era avventato addosso e lo aveva reclamato per quella festa così importante, con gente così importante. B.B. era troppo triste per trovare la forza di dire di no, ma nella macchina pregò Dio perché la notte arrivasse in fretta.

Al suo arrivo un tipo si tuffò sulla portiera e lo investì con una raffica di premure. Era incredibilmente pallido e la luce della luna, che cominciava in quel momento a far capolino dietro le colline, evidenziava il suo pallore da morto. Mentre lo ascoltava, per reazione il volto rugoso di B.B. si accartocciò tutto e gli occhi si socchiusero, come per proteggersi da quella luce troppo chiara. Per fortuna il tipo sparì, ingoiato nel suo moto perpetuo.

B.B. si diresse verso il tavolo degli alcolici, sgusciando con il corpo grasso tra quelli spigolosi degli altri invitati. Il bicchiere era liscio, e il liquido scendeva dalla bottiglia con naturalezza, e poi giù fino in gola, diffondendo un calore amaro ma genuino. Ora sembrava tutto più sopportabile: le aristocratiche di mezza età con il collo strangolato dalla stola di volpe, che gli facevano complimenti senza aver capito bene chi fosse; i miliardari che, con il loro cortese distacco, parevano ricordargli a ogni momento il colore della pelle; gli amici della band, che lo salutavano con un cenno da clandestini e gli controllavano di nascosto il livello del bicchiere. Erano preoccupati, i suoi ragazzi, perché da qualche mese B.B. si sbronzava sempre più spesso, ma non dicevano niente, perché sapevano che nessuna parola d’uomo avrebbe potuto salvarlo dalla tristezza in cui stava sprofondando.

Stava bene ora B.B., quasi bene. La villa era bella e bianca, e la gente rideva, come rideva, e correvano tutti qua e là senza posa. Dall’altra parte della sala un gruppo di neri schiamazzava e si scatenava in passi di danza improvvisati. Nel mucchio emerse la voce di Dinah. Il fluire del whisky nel grande corpo di B.B. si interruppe improvvisamente, e cominciò a corrodergli le pareti della pancia, e a pulsargli con cattiveria nelle tempie. Quando Dinah si accorse di lui esplose in una finta risata, le mani sui fianchi come la massaia di un ghetto.

Dinah era immensa. Il suo culo a teatro occupava una poltrona e mezzo, e le tette strabordavano fuori da reggiseni improbabili. A B.B. non bastavano le braccia per abbracciarla, gli pareva di abbracciare una folla, un mondo intero, e sul suo seno si addormentava come su due cuscini. Il fatto è che Dinah non voleva ci si addormentasse sul suo seno. Aveva già avuto due mariti prima di lui. B.B. lo sapeva, ma non poteva farci niente: come gli altri, era stato divorato in un sol boccone e vomitato fuori dopo un po’, quando le cose si erano messe male. La terribile forza di Dinah era anche la sua unica debolezza.

Lei continuava a fissarlo. Tra poco si sarebbe messa a cantare: era solita sfoderare la voce come un’arma. La melodia non era complicata, ma lei sapeva come renderla attraente, rigirandosela in gola mentre il petto si dilatava sotto il vestito attillato.

B.B. si faceva sempre più serio, tutto quell’alcol gli aveva appiccicato addosso una malinconia scura. Non ne aveva colpa lui di questa storia: che colpa ne aveva se Dinah era una tigre, mentre lui era buono come un gatto, e anche quando carezzava le corde della sua chitarra lo faceva con il tocco agile e delicato di un gatto. Un sorso ancora, ancora qualche nota, poi Dinah smise di cantare e gli andò incontro con calcolata lentezza. “Ehi dolcezza, come vanno le cose?”. B.B. si curvò un poco su se stesso, come per crampi improvvisi. “Ehi, ci siamo montati la testa ultimamente”. Lui voleva parlare ma non gli uscivano le parole: il palato era appiccicato di whisky, le guance gli si ripiegavano sopra la bocca sbarrandogli ogni possibilità di replica. “Insomma, vecchio stronzo, non hai nemmeno il coraggio di fiatare! Bevi allora, continua a bere”. Gli strappò il bicchiere dalla mano e gli versò il contenuto in faccia, poi tornò al suo gruppo con una smorfia di trionfo. B.B. scorse per un secondo il sorrisetto imbarazzato di Cole. Cole era il suo trombettista, un tipino elegante, con piccoli baffi e zigomi appuntiti.

Provò a fare qualche passo, ma barcollò e rischiò di cadere. Per fortuna quasi nessuno si era accorto della scena, perché in quel momento il tizio pallido stava monopolizzando l’attenzione della gente intorno con dei pettegolezzi su qualche stellina.

Amareggiato e intontito, B.B. si ritrovò sul bordo della piscina. Assenza, una sterminata assenza. Lì si respirava un’aria più tranquilla, ma si avvertiva più forte la mancanza di qualcosa: mancava l’indulgenza, la compassione. Mancava un Dio. B.B. restò incantato dai riflessi dell’acqua della piscina, ora che aveva perduto il bicchiere in uno stridio di vetri infranti. Sì, l’aveva perduto, ma la luce che conteneva era magicamente finita in acqua. Sull’orlo della piscina vide il tremolio, il luccichio, e rise tra sé, immaginando sirene, e pensò a quel tale, quell’Ulisse furbacchione che si era fatto legare mentre gli altri avevano le orecchie turate, per ascoltarne il canto. Era furbo quell’Ulisse, ma come non condividerne l’astuzia, ora che la luna si incastrava tra i piccoli flutti, e l’azzurro del fondo restituiva in superficie un ricordo lontano di sorgente, e il fresco dell’acqua sembrava un invito a lavar via gli affanni, a sciacquare dalla mente concerti e intrusi, e le grandi tette di Dinah, e il suo dolore per non saper perdonare, e quella ragazzetta dalla voce stridula incontrata poche settimane prima, una mulattina tanto graziosa che era voluta per forza andare a letto con lui, sperava in un lancio strepitoso, la mulattina furbettina, e Dinah l’aveva saputo e non glielo aveva perdonato, e Cole che lo guardava in lontananza, Cole sarebbe stato la prossima vittima e sarebbe affogato nel lago senza fondo del suo desiderio.

Qualcuno si accorse che B.B. era caduto in acqua. Mentre lo trasportavano fuori intravide il faccione preoccupato di Dinah curvo su di lui: dal bianco degli occhi pareva colare un latte di lacrime.

 

Si svegliò che era quasi buio. Nella bocca un sapore aspro, nella testa un ronzio. Cercò di alzarsi, cadde, tornò su. Il tipo allampanato doveva aver sparso la voce, ormai, e i giornali sarebbero usciti con la notizia del divorzio tra lui e Dinah…Preparò il caffè, ne ingoiò una tazza: fuori il mondo sembrava essersi tinto di blu, e così si sentiva lui, impregnato come una spugna di un blu denso. Come liberarsene? Solo il Signore poteva, lui che era maestro di tutto, gioie e dolori, perché dopo il dolore – B.B. ne era certo – veniva la gioia. Ma per ora era solo dolore. Signore aiutami, balbettò B.B. Dammi la forza di uscire dal blu.

La chitarra giaceva in un angolo e sembrava attrarlo con la sua quieta immobilità. B.B. la prese tra le braccia, ne accarezzò le curve. Lei non lo tradiva mai. Lui chiedeva e lei rispondeva. Signore aiutami, donami un canto che mi renda più lieve la fatica di vivere. La chitarra emetteva note limpide.

Dinah sarebbe tornata, diceva la chitarra a B.B., sarebbe tornata quando meno se lui l’aspettava. Era una tigre orgogliosa, ma l’aveva amato, e al suo cuore immenso nel petto immenso non potevano bastare i baffettini arricciolati di Cole, i suoi zigomi appuntiti. Un’ultima volta ci avrebbe provato e sarebbe tornata, come aveva fatto tempo prima, quando era andata a letto con quel bianco di Las Vegas e poi si era messa in ginocchio davanti a B.B. per chiedergli perdono. La chitarra era duttile sotto le sue dita. “Una volta, bambina, tanto tempo fa, ogni volta che te ne andavi io ti seguivo”. Erano stati anni d’oro, quelli, lui e Dinah insieme, una sfida contro tutto e tutti, una sfida riuscita. “Ma le cose sono cambiate bambina mia, mi hanno trasformato completamente, e adesso tu sei sulla soglia di casa, e mi chiedi di perdonarti”. Sì, lo vedeva il vestito a fiori di Dinah, il suo rossetto più rosso e i capelli stirati per l’occasione, lì, sulla soglia della loro casa. Sapeva che sarebbe tornata e si sarebbe piantata lì, l’avrebbe chiamato ‘dolcezza’ e avrebbe fatto la sarcastica, ma voleva tornare con lui, B.B. lo sapeva benissimo che voleva tornare con lui. “Non ci sarà nessuno a casa, bambina”. Voleva essere lasciato al suo dolore, al suo dolce blues. No, non l’avrebbe ripresa indietro: troppa tristezza appiccicata addosso. “Non ci sarà nessuno in casa, bambina”. Sarebbe restato solo con quello che rimaneva: la chitarra, una nuova canzone. E più nessuno in casa. Proprio nessuno.

 

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