Come cambiano le città

Città in movimento: come cambiano le parole (prima delle cose)

Ho avuto il privilegio di intervistare un pensatore francese, Georges Amar, che mi ha fatto riflettere su come cambiano le parole, prima delle cose. Ecco la mia intervista pubblicata su EconomyUp.

Parla il visionario Georges Amar: “Per innovare la mobilità servono intellettuali e poeti”



Il paradigma della mobilità come trasporto sta scomparendo, sostituito da una mobilità ibrida, che va oltre i concetti di spazio e tempo. E servono nuove parole (smart city, smart mobility, sharing mobility) per capire le soluzioni innovative. Lo spiega in questa intervista il docente francese, autore del libro Homo Mobilis

di Luciana Maci

L’innovazione nella mobilità è qualcosa di talmente nuovo che è ancora tutto da capire. Il vecchio paradigma della mobilità come trasporto sta scomparendo, sostituito da una nuova mobilità ibrida, che ha già superato i concetti di spazio e tempo e sta dissolvendo quelli tra fisico e reale. Serve un linguaggio diverso per parlare di mobilità, servono nuovi concetti. Per questo per operare nella new mobility è necessario (anche) il lavoro intellettuale. È l’originale – e, non a caso, innovativo – punto di vista di Georges Amar, pensatore visionario sui temi della smart mobility, che il 5 marzo ha aperto a Milano la 14esima stagione di Meet The Media Guru. È stata la prima tappa di un ciclo di incontri intitolato Around Mobility, dedicato al presente e al futuro della mobilità, co-creato da Meet The Media Guru con Fondazione Bassetti.

Georges Amar a Meet the Media Guru (foto di Greta Vernia)

Chi è Georges Amar

Georges Amar è un francese docente di design e innovazioneall’Ecole de Mines ParisTech. È stato per 19 anni, fino al 2011, direttore Ricerca e Sviluppo (in francese la definizione esatta era “Directeur de la Prospective et de la Conception innovante”) di Ratp (Régie autonome des transports parisiens), società pubblica che gestisce i servizi di trasporto di massa a Parigi e nel suo entroterra (metro, treni regionali, autobus, tram). Ha scritto il saggio Homo Mobilis (FYP Editions), per ora solo in lingua francese. La sua visione è degna di interesse anche perché “europea”, quando spesso i visionari dell’innovazione arrivano dagli Stati Uniti, proponendo modelli  che non sempre si confanno alla realtà del nostro continente.

Secondo Amar, la mobilità è la metafora più calzante della nostra contemporaneità. “È definitivamente superata la definizione di mobilità come trasferimento da un luogo all’altro” dice. “Ci si può muovere senza spostarsi, suona persino banale ricordare che lo smartphone ci porta ovunque senza uscire di casa. Il futuro sta nell’ibridazione fra le forme di mobilità che finora abbiamo conosciuto. Il car sharing è trasporto pubblico o individuale? Fra dieci anni il nostro posto di lavoro sarà veramente un posto?”. E nell’intervista rilasciata a EconomyUp il “prospettivista” (così ama definirsi) auspica l’avvento di un nuovo Leonardo da Vinci. Anche perché uno come Elon Musk, a suo dire, pensa “in modo vecchio”.

Innovazione e mobilità: come sta cambiando il modo in cui ci muoviamo?

Ci sono due modi di capire il cambiamento: uno è guardare alla mobilità come aumento della varietà e dell’efficienza. Ci sono sempre più tipi di mezzi, in grado di fare le stesse cose di prima ma meglio. L’altro modo è guardarlo come disruptive innovation: un mondo completamente nuovo, con nuovi concetti e nuovi nomi. Il vecchio paradigma della mobilità tradizionale è il trasporto. E trasporto significa sostanzialmente andare dal punto A al punto B nel mondo più veloce ed efficiente possibile. Questo perché finora il nostro concetto di vita sociale ha implicato che ogni attività debba essere realizzata in un determinato luogo. Lavoriamo in un edificio, i nostri figli vanno a scuola in un altro edificio. Io la chiamo “the fixed life”. In questo scenario la mobilità diventa trasporto. Se devo andare dal punto A al punto B, tra i due punti c’è un tempo perso, perciò devo percorrere quel tragitto nel modo più veloce possibile. Adesso stiamo uscendo da questo paradigma. Adesso sta arrivando la mobile life.

Smart city e smart mobility: cosa serve oggi a una città per avere una mobilità smart?

Innanzitutto bisognerebbe interrogarsi su cosa significhi smart, ma a questo arriveremo dopo. Per rispondere alla sua domanda, una città con una buona mobilità è una città che si può considerare in movimento. Tradizionalmente un grande centro urbano è fatto di case, edifici, stazioni: ognuno di questi luoghi ha un suo scopo. Occorre passare da questa immagine all’immagine di una città fatta di movimento. E bisogna partire da un principio, per così dire, ecologico: la biodiversità. Sappiamo che è positiva per l’ambiente. La biodiversità di una città è costituita dal numero di modalità di trasporto. Una volta c’erano appena 4 o 5 modi di trasporto, nel futuro ce ne saranno 14 o 15. La biodiversità in questo caso è la diversità di movimento, un sistema in movimento e non più un sistema di luoghi o attività fisse. Perciò bisogna organizzare la multimodalità, o, come preferisco dire, la mobility-diversity.

Quali sono le nuove modalità di trasporti?

Car sharing, bike sharing, tutti i tipi di scooter sharing, Uber… Ma si va oltre, si va verso il concetto di ibridazione. Mi spiego: un’auto autonoma sarà un mix tra un autobus e un’automobile. Per questo motivo ho coniato il concetto di Public Individual Trasport, trasporto pubblico individuale. Sembra un ossimoro, finora il trasporto era o pubblico o individuale. Ma il car sharing, per esempio, non rientra in questa distinzione così netta.  Siamo in un periodo storico in cui i concetti stessi stanno cambiando. Le identità sono confuse, c’è un problema di identità per qualsiasi cosa. Un telefono, il telefonino che ci portiamo dietro tutto il giorno, non è un telefono, è molto altro. Se lo chiamo ancora telefono vuol dire che non ho capito l’innovazione. Una macchina non è più una macchina, una città non è una città. Dobbiamo cambiare i nomi delle cose. Perché, se non diamo loro i nomi giusti, si rischia di portare avanti delle policy sbagliate. Dare un nome significa riconoscere le potenzialità insite nella cosa a cui abbiamo dato quel nome.

Un esempio relativo alla mobilità?

All’inizio in Francia il noleggio condiviso di biciclette veniva chiamato “vélos en libre-service”, come se si trattasse di un negozio che offriva biciclette. È un nome sbagliato, un nome vecchio per cose nuove. Non si stava riconoscendo quello che era innovativo.

Anche smart mobility è una parola relativamente nuova. È quella giusta per descrivere la rivoluzione in atto?

Smart di per sé non significa niente. Significa intelligente, ma cosa vuol dire? Per me smart significa mutamento e indica una mutazione così profonda che non è ancora comprensibile. Lo stesso si può dire del concetto di smart city. Si può scegliere di definire smart una città perché, secondo la definizione ricorrente, utilizza i big data per implementare strategie e policies, ha connessioni wi-fi nei luoghi più disparati, strade percorse da auto a guida autonoma e incroci regolati da semafori intelligenti. Oppure si può decidere che quello smart indica che è ancora completamente sconosciuta.

Quindi come definirebbe una smart city?

Una città che sta diventando qualcosa di totalmente diverso da quello che era prima. Non è solo una questione di raccogliere, organizzare e gestire big data. La smart city non è una risposta, ma diventa una domanda.

Quali competenze servono per lavorare nella smart mobility?

Come detto mobilità non significa più trasporto. Lo stesso termine mobilità venti anni fa non esisteva. Poi ha cominciato a essere usato in frasi come “lavoratori in mobilità” ecc. ecc. Adesso ha invaso il mondo. È successo qualcosa con la mobilità, qualcosa nel modo in cui viviamo e ci spostiamo in una città. È cambiata l’idea di tempo e spazio. C’è mobilità delle cose, mobilità delle identità. La mobilità influenza l’identità. Quindi, riguardo alle skills necessarie, io dico che abbiamo bisogno di lavoro intellettuale. Anzi, di lavoro poetico. Nelle aziende, dopo i Chief Philosophy Officer, servono i poeti.

Perché?

Perché il lavoro dei poeti è arricchire il linguaggio per darci modo di affrontare il futuro. Stanno emergendo nuove parole, dobbiamo imparare dalle parole. Il futuro è una questione di linguaggio, dunque una questione poetica. Uno dei campi in cui questo concetto appare evidente è il confine tra mobilità fisica e mobilità virtuale.

Esempi?

Un giorno ho giocato a tennis alla wii. È stato tutto molto fisico, alla fine ero stanco e sudato, eppure quell’esperienza non era né virtuale né fisica. Cos’era esattamente? Qualcosa di strano e diverso per la quale personalmente io non ho ancora un nome. Per il momento la chiamo wii. Stessa cosa per la mobilità urbana: non si può dire se sia fisica o virtuale. Posso fare un altro esempio: la stampa in 3D. Una definizione che sta a indicare un oggetto che prima non c’era e ora c’è. Ma si può usare la parola “stampare” in questo caso? È un nome vecchio per una cosa nuova. Faccio volutamente esempi al di fuori del campo della mobilità perché il concetto di mobility deve restare aperto. Non si può dare un nome a cose che ancora non esistono.

Le aziende però hanno bisogno di esempi pratici. Quali suggerimenti darebbe alle imprese attive nella mobilità per restare al passo con l’innovazione?

Ognuno ha la sua strategia. Tuttavia, se un imprenditore è interessato al futuro, deve chiedersi: il futuro è quello che spero o quello che sento? Deve saper aprire occhi e orecchie, e cercare di individuare le cose “strane”, quelle che hanno energia, quelle che, metaforicamente, ci “rompono la testa”. Il futuro è interessante e complesso, si apre una nuova era. Servirebbe un Leonardo da Vinci.

Elon Musk non potrebbe essere il Leonardo della mobilità?

No. Musk vuole andare su Marte: è  un concetto di mobilità vecchio, legato a velocità e distanza. Certo, c’è anche l’energia, ma utilizzata nel vecchio modo. Invece l’innovazione va cercata e trovata nelle piccole cose. Può essere un percorso difficile e doloroso, ma è indispensabile.

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