Il Mondo Nuovo

Come cambia il lavoro, come cambia la società, come cambia il mondo

  • Gli investitori stranieri non sono attratti dall’Italia. Perché?

    Nel 2023 sono diminuiti del 4% gli investimenti diretti esteri (IDE) in Europa. Parallelamente l’Italia ha registrato una flessione del 12%, pur mantenendo la propria quota di mercato pressoché stabile (3,8%) rispetto al 2022.

    Lo dice l’EY Attractiveness Survey 2024, il sondaggio annuale condotto da EY sull’attrattività dell’Europa e dell’Italia, che per la prima volta dal 2019 evidenzia un calo dei progetti di Investimenti Diretti Esteri nel nostro continente.

    Dal grafico emerge che Paesi come il Portogallo e la Polonia hanno attratto più investimenti di noi.

    Pur se lo studio prosegue in modo ottimistico, sottolineando che il 74% dei dirigenti intervistati sta “attivamente considerando di espandere le proprie attività in Italia nei prossimi 12 mesi”, bisognerà riflettere sul presente. Che, oggettivamente, ci parla di una nazione meno attrattiva delle altre “sorelle” europee.

  • Come stanno i monopattini elettrici? Sono al sicuro

    Che ne è stato dei monopattini elettrici, dall’euforia degli ultimi anni, quando sembrava che potessero risolvere tutti i problemi di mobilità nelle città, alla percezione di insicurezza e degrado che, in parte, stavano generando, fino all’approvazione, avvenuta ieri 20 novembre 2024, del nuovo Codice della Strada che stabilisce precise regole per il loro utilizzo?

    Da quando sono apparsi sulle nostre strade, circa 4 anni fa, questi micro-veicoli sono stati accolti come strumento di mobilità sostenibile, utilizzati per muoversi agevolmente su brevi distanze in città e per coprire l’ultimo miglio (quel tratto di strada non coperto da mezzi pubblici)ma sono anche stati contestati per la pericolosità e perché causa di degrado urbano. Lo scorso aprile la Francia ha preso una decisione storica, vietandoli a Parigi. L’Italia, con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, li ha voluti ulteriormente regolare. Ma vediamo come tutto è iniziato.

    Piccola cronistoria dei monopattini elettrici in Italia

    La regolamentazione dei monopattini elettrici in Italia ha subito notevoli sviluppi dal 1992 ad oggi.

    1. Codice della Strada del 1992: Originariamente, il Codice della Strada non prevedeva i monopattini elettrici poiché questi non esistevano ancora. I riferimenti più vicini erano gli “acceleratori di andatura”, ai quali i monopattini con velocità inferiore a 6 km/h potrebbero essere assimilati, vietandone l’uso sulla carreggiata e sugli spazi pedonali.
    2. Decreto Toninelli del 2019: Con l’aumento della diffusione dei monopattini elettrici, nel 2019 il decreto dell’allora Ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ha dato il via libera alla sperimentazione della micromobilità elettrica nelle città, a determinate condizioni.
    3. Legge di Bilancio 2019: A dicembre dello stesso anno, un emendamento alla legge di bilancio ha equiparato i monopattini elettrici alle biciclette, se conformi a specifici limiti di potenza e velocità.
    4. Marzo 2020: Nuove regole hanno confermato che i monopattini potevano essere usati come velocipedi su strade urbane con limite di 50 km/h e piste ciclabili.
    5. Decreto-Legge 2021: Ha introdotto ulteriori norme per la circolazione dei monopattini elettrici.
    6. Ddl Agosto 2023: Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che richiede l’assicurazione per i veicoli elettrici leggeri, inclusi i monopattini.
    7. Approvazione del 2024: Il nuovo Codice della Strada è stato approvato, introducendo l’obbligo per i monopattini di avere una targa, assicurazione e casco obbligatorio. Inoltre, sarà vietato l’uso fuori dai centri urbani e saranno richiesti indicatori luminosi per la svolta e la frenata, con multe per il mancato rispetto.

    E ora che succede?

    Ormai i monopattini elettrici fanno parte del paesaggio urbano delle nostre grandi città (e anche di alcune meno grandi). Impossibile pensare a una soluzione “alla francese”.

    Si deve continuare a lottare contro il degrado urbano, sperando che gli utenti siano sempre più disciplinati nell’uso dei mezzi e nel loro parcheggio. E si deve rafforzare l’impegno per renderli più sicuri.

    Detto questo, con il Nuovo Codice della Strada entrano in scena le assicurazioni.

    Già sono partite le proposte di polizze. Un nuovo mercato si sta aprendo. Più costi e burocrazia, ma chi guida sarà maggiormente tutelato.

  • Se l’auto guidata da un robot batte il record mondiale di velocità

    Robot che guidano al posto nostro: un futuro non troppo lontano

    Un giorno nelle nostre città e sulle nostre autostrade si muoveranno veicoli a guida autonoma senza un conducente umano. Non sappiamo quando arriverà quel giorno. Sappiamo però che già oggi il Politecnico di Milano ha sperimentato la corsa di una Maserati MC20 Coupé guidata da un’intelligenza artificiale a una velocità di 285 chilometri all’ora.

    Un record mondiale di velocità per un’auto di serie interamente guidata da un AI-driver e senza supervisore umano a bordo. 

    robot che guida auto

    Il veicolo, sviluppato dal gruppo di lavoro di AIDA (Artificial Intelligence Driving Autonomous), ha percorso il 7 novembre 2024, in condizioni di fitta nebbia, la pista dell’Aeroporto dell’Aeronautica Militare di Piacenza San Damiano.

    Al di là dello stupore che può suscitare performance di questo tipo, il progetto ha, ovviamente, una finalità precisa: valutare in sicurezza la robustezza, stabilità e velocità di reazione dell’AI-driver in situazioni limite, in modo da aumentarne la sicurezza in situazioni impreviste a bassa velocità.

    Insomma, si spinge la tecnologia al limite perché un domani i robot ci scorrazzino per le strade delle nostre città nel modo più sicuro possibile.

    Una prospettiva quasi fantascientifica. Eppure succederà.

  • Vendere maglioni o medici? Amazon cambia pelle per entrare nel mercato sanitario USA

    Fa sempre un certo effetto pensare che negli Usa una singola prestazione medica può costare migliaia di dollari. Per non parlare di quando sono necessarie operazioni più complicate, da noi erogate gratuitamente dal servizio sanitario nazionale, mentre in quel Paese, se non si possiede un’assicurazione sanitaria, valgono il costo di un immobile o i risparmi di una vita.

    Qualcuno ricorderà “Sicko“, un documentario del 2007 diretto da Michael Moore, che analizza il sistema sanitario degli Stati Uniti. Il film si concentra sulle carenze e le ingiustizie del sistema, mettendo in luce le esperienze di cittadini americani che affrontano enormi difficoltà per ottenere le cure mediche necessarie.

    Chiaramente ognuno cerca come può di superare le difficoltà nell’accesso alle cure. Gli americani lo fanno creando, di fatto, un nuovo mercato. E in questo mercato è penetrata e si va affermando Amazon.

    Nel caso specifico il colosso dell’ecommerce non fa da tramite per la vendita di maglioni, armadietti o libri, ma funge da intermediario in un settore più delicato, quello della salute umana. Ora il suo “One Medical”, servizio di assistenza sanitaria su abbonamento, ha una nuova offerta: visite tramite messaggistica o video a prezzi concordati per problemi comuni come caduta dei capelli, cura della pelle o disfunzione erettile.

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    Amazon alla conquista del mercato sanitario

    In realtà è da qualche anno che la multinazionale di Jeff Bezos si è lanciata alla conquista del mercato sanitario statunitense. Questo il suo cammino, per punti.

    • Espansione di Amazon:
    • Negli ultimi anni, Amazon si è espansa oltre l’e-commerce in settori come editoria, video, fintech e sanità.
    • Strategia nella sanità:
    • Acquisizione di PillPack (2018):
      • PillPack, una farmacia online, è stata acquisita per quasi un miliardo di dollari.
      • Offre medicine pre-dosate e consegne a domicilio negli USA.
    • Lancio di Amazon Pharmacy (2020):
      • Basata sulla rete di PillPack.
      • Obiettivo: permettere l’acquisto di farmaci con la stessa facilità degli altri acquisti su Amazon.
    • Partnership e progetti:
    • Collaborazione con JP Morgan Chase e Berkshire Hathaway (2018):
      • Creazione del progetto Haven per offrire servizi healthcare e assicurativi a costi ridotti.
      • Il progetto Haven è terminato nel 2021.
    • Acquisizione di One Medical (2022):
    • Accesso a cliniche sanitarie negli Stati Uniti.
    • Integrazione con una rete esistente di relazioni tra pagatore e sistema ospedaliero.

    Business transformation

    Questo, nel gergo dell’innovazione, si chiama business transformation.

    La business transformation è un processo attraverso il quale un’azienda apporta cambiamenti significativi alla sua struttura, strategia, operazioni o tecnologia per migliorare le sue prestazioni e rimanere competitiva. Questo può includere l’adozione di nuove tecnologie, il cambiamento del modello di business, la riorganizzazione delle risorse, o l’introduzione di nuovi prodotti o servizi.

    In parole semplici, è come un “rinnovamento” dell’azienda per adattarsi meglio al mercato e alle esigenze dei clienti, migliorare l’efficienza operativa e sfruttare nuove opportunità di crescita. L’obiettivo finale è rendere l’azienda più agile, innovativa e capace di affrontare le sfide future.

    Amazon si sta trasformando, in parte, in una piattaforma per aiutare le persone a curarsi. Di per sé è un’opportunità. Ma resta la riflessione sulla necessità di mantenere pubblico, e in buono stato, il servizio sanitario di un Paese.

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  • L’intelligenza artificiale potrà sostituire il medico?

    Forse in futuro saranno i robot a curarci. Questo almeno è quello che pensa Elon Musk, che sappiamo essere uno degli imprenditori più innovativi del mondo (oltre che il secondo uomo più ricco della Terra per patrimonio), ma che spesso si è rivelato controverso e provocatorio.

    Resta il fatto che questo ha dichiarato su X: che l’intelligenza artificiale (AI) “sorpasserà medici e avvocati”. E che noi umani diventeremo una sorta di “supporto biologico” per consentire all’AI di lavorare.

    https://twitter.com/elonmusk/status/1858305249783755206

    Lo ha fatto dopo aver letto uno studio la cui essenza era proprio questa.

    Cosa dice lo studio su intelligenza artificiale e medicina

    Lo studio pubblicato dal New York Times sostiene che l’AI usata in medicina ha un livello di accuratezza del 90%, confrontata con il 76% dei medici che usano ChatGPT come strumento e con il 74% di quelli che si affidano alle risorse tradizionali.

    Dunque sarà più conveniente farsi visitare da uno strumento di intelligenza artificiale invece che da un essere umano?

    Se ci pensiamo, da diversi secoli la nobile arte della medicina si evolve grazie all’uso di strumenti tecnologici: la scoperta del microscopio o dei raggi X sono solo alcuni esempi di questa inevitabile trasformazione. Ora, però, l’uso dell’intelligenza artificiale porterebbe a un vero e proprio salto in avanti. Sarà così?

    Quando è la macchina a dirti che (non) morirai

    Nel romanzo di Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra“, pubblicato nel 2004, quindi venti anni fa, è presente una riflessione in questo senso. Il protagonista, malato di cancro, viene sottoposto ad accurati esami in un centro di eccellenza negli Stati Uniti, l’ospedale oncologico di New York. Durante quegli esami “qualcuno” scopre che ha un nuovo tumore sul quale si deve intervenire. Diciamo “qualcuno” perché è proprio questo il cruccio del narratore: sa che uno dei medici ha analizzato con cura i suoi referti e gli ha salvato la vita, ma non lo conosce, non l’ha mai visto in faccia, né quello, o quella, probabilmente vedrà mai lui. E, pur essendo grato per la nuova diagnosi, Terzani avverte un profondo senso di estraneità. Tanto che l’intero libro è dedicato alla sua ricerca di una medicina alternativa e più umana.

    Ora, noi non crediamo che curarsi soltanto con le erbe o con altri ritrovati naturali sia la soluzione, specialmente nei casi più gravi e complessi. E riteniamo che il progresso scientifico e la tecnologia siano stati e siano fondamentali per lo sviluppo della medicina.

    Ma curare gli organi del corpo, senza curare la persona nel suo complesso, è impensabile, perché noi non siamo il nostro fegato, o il nostro ginocchio, o il nostro cervello, ma un insieme di cellule, tessuti, elementi chimici, un mix estremamente complesso e ogni volta da decifrare.

    Non è detto che tutti i medici siano in grado di capirlo: come in qualsiasi categoria professionale ci sono quelli bravi, i meno bravi e i pessimi. Ma non è questo il punto.

    Il punto è: l’AI potrà certo individuare meglio di un essere umano una patologia e segnalare come curarla, ma probabilmente non riuscirà a fare collegamenti tra il male del corpo e quello dell’anima. Che cosa, poi, sia l’anima, è da sempre oggetto di ampio dibattito.

    Ma di sicuro è qualcosa che sfugge alla comprensione di una macchina.

  • E se, per colpa della realtà virtuale, diventassimo immobili?

    Con il Metaverso ci si muoverà di meno, di più o in modo diverso? Cosa ne sarà dei nostri spostamenti quando la maggior parte di essi potranno essere, diciamo, virtualizzati? Hyundai lancia un neologismo: Metamobility. Cioè la mobilità nel Metaverso, ovvero in quel mondo dove realtà fisica e virtuale interagiscono e si mescolano.

    “L’idea alla base della Metamobility è che lo spazio, il tempo e la distanza diventeranno irrilevanti”, ha detto Chang Song, uno dei vertici dell’azienda sudcoreana.

    La chiave di questa svolta saranno i robot. Un esempio? Una persona che è lontano da casa, accedendo al gemello digitale della propria abitazione nel Metaverso (per capirci, la riproduzione virtuale e dettagliatissima dell’appartamento) potrà comunque nutrire e coccolare il proprio animale domestico attraverso l’uso di un robot avatar come se fosse lì. Non ci sarà bisogno di spostamenti, dunque. E non servirà inforcare un veicolo Hyundai.

    Avremo quasi il dono dell’ubiquità, a pensarci bene.

    Ma cosa ci perderemo lungo quel tragitto che ormai non percorreremo più? E cosa rischiamo se smettiamoci di muoverci? Riflettiamoci.

    Intanto ecco l’articolo che spiega cosa farà Hyundai

  • Smart City: sabato 25 settembre alle 11.30 su Radio1 Rai

    La città dove tutto è raggiungibile in 15 minuti. Le tecnologie per collegare al web semafori, lampioni e cassonetti per accumulare dati. Il verde e le piste ciclabili. Quali sono le migliori esperienze internazionali a cui possono guardare i nuovi sindaci dei comuni italiani al voto la prossima settimana? Nella puntata di Eta Beta di sabato 25 settembre, condotta da Massimo Cerofolini, si parlerà di cambiamenti possibili.

    Appuntamento dunque alle 11.30 su Radio1 Rai, poi sul podcast al sito www.etabeta.rai.it.

    Ospiti: Carlo Ratti, fondatore dello studio CRA-Carlo Ratti Associati, a Torino e New York, e direttore del Senseable City Lab presso il MIT di Boston; Ivana Pais, docente di Sociologia economica nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e autrice con Ezio Manzini del libro Abitare la prossimità. Idee per la città dei 15 minuti; Luciana Maci, giornalista di EconomyUp, esperta di tecnologia; Federico Parolotto, cofondatore di Mic- Mobility in chain, società di consulenza internazionale sui problemi della mobilità. Con un intervento di Alessandro Cassieri, corrispondente Rai da Parigi.

  • Se questa è una vittima

    Siamo diventati una Società di Vittime. Vittime di razzismo, di omofobia, di bullismo, di sessismo, di catcalling…Vittime sempre e comunque di tutto.

    Le storie delle persone sembrano essere interessanti solo se lette in questa chiave: il protagonista è l’Abusato Incolpevole, alla tragedia si preferisce la catastrofe (come mi spiegava la mia docente di Teatro anglo-americano, tragedia è qualcosa che accade anche a causa di un comportamento intenzionale dell’essere umano, per esempio un omicidio, mentre la catastrofe è assolutamente indipendente dalla responsabilità individuale, per esempio un terremoto). È di scena, dunque la catastrofe, starring “La Vittima”.

    Perché non mi piace questo nuovo abito mentale? Almeno per 3 motivi.

    • Innanzitutto perché temo che si finisca per non distinguere più tra le vere vittime, che realmente esperiscono sulla propria carne violenze assurde e ingiustificabili, e quelle che puntano a mostrarsi tali per avere i riflettori su di sé. Chi ci rimette sono le prime, ovvio.
    • Secondariamente mi chiedo: se tutti sono vittime, dove sono i carnefici? Un esempio banale: improvvisamente molti amanti sembrano essere stati vittime di “narcisisti” (termine oggi, nel mainstream popolare, assolutamente frainteso e abusato, vedi miei precedenti post). Ma com’è che milioni di persone hanno incontrato sul loro cammino questi esseri cinici ed egoisti? Siamo dunque circondati da milioni di innocenti, ingenui, dolcissimi e troppo buoni? Davvero ci sono stuoli di vittime e rari carnefici? Non siamo un po’ tutti, a seconda dei momenti, delle situazioni e delle persone con cui abbiamo a che fare, un po’ l’uno e un po’ l’altro? Non è forse questa la natura umana, ambigua e mutevole?
    • Il terzo motivo per cui non amo la Società delle Vittime è la deresponsabilizzazione. Se sono vittima, sono buono, è l’altro che è cattivo. Dunque io non sono mai cattivo. Sicuri?

      In questo continuo sventolare bandiere bianche con insistenza e quasi con auto-compiacimento, trovo qualcosa di triste e molle, ma anche un fondo di egoismo.
  • Negozi del futuro: e se diventassero spazi sociali?

    Cosa succederà ai negozi dopo la fine della pandemia?

    Sappiamo che, purtroppo, a causa del Covid19, gli store fisici in tutto il mondo sono stati costretti a ripetute chiusure per ragioni di emergenza sanitaria e spesso sono stati disertati dai clienti anche quando erano aperti. Nel frattempo cresceva (in alcuni casi esplodeva) l’ecommerce. Chi di noi, messo alle strette, non si è dedicato alla ricerca online di un abito, un oggetto per la cucina o un mobile? Oggetti che, in una situazione di normalità, avremmo cercato nei negozi, nei centri commerciali o nei grandi magazzini.

    Così è successo che intere catene di negozi fisici hanno chiuso per sempre. In Gran Bretagna, per esempio, diversi marchi sono stati acquistati proprio dalle aziende nate per fare ecommerce. Il mondo si è capovolto.

    Addirittura Ikea, partendo dal suo nuovo negozio digitale, sta pensando di far diventare il suo ristorante totalmente virtuale e consentire ai clienti di seguire corsi di cucina in live streaming.

    Ma quale sarà il prossimo passo?

    Quando, finalmente, il Covid19 diventerà una malattia affrontabile con la vaccinazione di massa e cure specifiche più efficaci, cosa succederà nel mondo del retail?

    Scrive The Guardian a proposito della recente vendita-svendita di marchi iconici come Topshop, Topman e Miss Selfridge alla società digitale Asos:

    “È un cambiamento chiave per un’industria della moda, concepita intorno alla compravendita di vestiti come attività ricreativa e sociale. Questi negozi erano di fatto spazi pubblici in cui adolescenti e ventenni trascorrevano il sabato pomeriggio, tra spogliatoi e caffetterie, un rituale che si concludeva ogni settimana con borse della spesa portate a casa come trofei sull’autobus. Sempre più spesso l’acquisto di vestiti sta diventando un’attività da fare su un laptop o un telefono, e questo accelera un cambiamento generazionale che era già in atto. Sempre che, dal post-pandemia, non scaturiscano nuovi trend che portano una nuova socialità dello shopping.

    Il quesito è questo: davvero riusciremo a vivere, nel dopo-Covid, senza (o con scarsa) socialità? E se i negozi tornassero ad essere un luogo di scambi, incontri, conversazioni, confronti? Anzi, se lo diventassero ancora di più? Magari creando spazi per un drink, una mini-mostra, la presentazione di un libro…

    La digitalizzazione “forzata” causata dal Covid resterà, non c’è dubbio, e anzi si espanderà. Ma la socialità potrebbe trovare un nuovo spazio.

  • Il lavoro del futuro? Consulente di dating online

    Una delle professioni del futuro potrebbe essere il consulente di social dating, ovvero una persona che si occupa di consigliare e indirizzare coloro che cercano l’anima gemella sui siti dedicati a questo scopo. Non è fantasia. Secondo Fiverr, marketplace che collega aziende a freelancer e liberi professionisti, tra le professioni digitali che solo un decennio fa nessuno avrebbe mai pensato potessero esistere c’è il Tinder Profile Writer.

    Adna Imamovic, una giovane donna inglese, ha avuto questa idea durante il lockdown del 2020: aiutare le persone che usano piattaforme di dating online a scrivere meglio le proprie biografie e a interagire in modo più convincente con gli altri utenti. Ne è nata una professione. O meglio un  lavoretto (siamo comunque nell’ambito della gig economy) “In realtà non scrivo solo bio per profili Tinder. A volte le persone vogliono un feedback, vogliono capire se una cosa funziona o no, mi chiedono consigli” dice. Dalla sua parte il fatto di essere madrelingua inglese: grazie all’online il potenziale mercato è enorme.

    Dalla stesura del testo alla revisione della bio, la particolare categoria di “copywriter” a cui appartiene la ragazza fornisce feedback costruttivi a tutti quei single che vogliono giocare il tutto e per tutto per trovare l’anima gemella grazie alla tecnologia.

    Strano? Eppure vero.

    Del resto, dice il World Economic Forum, il 65% di coloro che entreranno nel mondo del lavoro entro il 2025 svolgerà lavori che oggi non esistono.

    Nei prossimi 3 anni, a livello globale, l’evoluzione del mondo del lavoro, accelerata dalla tecnologia, dal digitale e dell’automazione, determinerà la nascita di 133 milioni di nuove opportunità occupazionali, a fronte di 75 milioni di posti di lavoro destinati a scomparire. Unioncamere stima che solo in Italia, ci sarà bisogno di 2,5 milioni di occupati in più.

    Il mondo dei cuori solitari ne potrebbe inglobare qualcuno.